Il pasto offerto non paga l'affitto: la discussione che il blues italiano si porta dietro da sempre
La domanda torna ogni due mesi, sempre uguale, sempre senza risposta: suonare gratis, sì o no? Nel circuito blues italiano è la diatriba più longeva, più spinosa e più mai risolta. Da una parte chi dice che il palco è palco, che all'inizio si fa tutto, che il pasto offerto e la simpatia del proprietario sono già qualcosa. Dall'altra chi vede in questo meccanismo la zavorra che tiene i musicisti italiani sotto il livello di dignità che dovrebbero avere.
L'economia reale di un concerto blues
Partiamo dai numeri, perché i numeri non hanno opinioni. Un locale medio che ospita un concerto blues fattura quella sera magari il doppio di una serata normale: coperti, birre in più, gente che resta. Il costo della band — tre o quattro persone, due auto, un'attrezzatura che vale quanto un utilitaria usata — spesso si ferma a una cifra che il proprietario spende in pubblicità in un mese. Eppure il cachetto più diffuso nel circuito è il famoso «pasto + benzina».
Non è cattiveria, quasi mai. È che il pubblico paga poco o niente l'ingresso, il locale ha margini sottili, e il musicista accetta perché l'alternativa è stare a casa. È una spirale: se tutti accettano il pasto, il pasto diventa lo standard. E lo standard, una volta fissato, è difficilissimo da smontare.
Le due tesi
Chi difende il sistema lo chiama tirocinio: suoni in club piccoli, impari il mestiere, ti costruisci un pubblico, e prima o poi il passaggio di livello arriva. C'è del vero: alcune delle migliori band del blues nostrano hanno fatto decine di serate a zero prima di vivere di musica. Il palco, dicono, è una scuola che si paga con la benzina.
Chi lo contesta risponde con una parola sola: dequalificazione. Se il lavoro musicale vale un piatto di pasta, allora vale un piatto di pasta. E il pubblico stesso — questo è l'aspetto più insidioso — percepisce il concerto come cosa da poco, perché chi organizza la tratta da cosa da poco. Il risultato è un circuito dove anche i bravi suonano per un pasto, e la differenza tra chi ha studiato trent'anni e chi ha preso la chitarra la settimana scorsa si misura in like sui social.
La mia posizione, se serve
Non c'è una risposta pulita, e chi ve la do sarebbe disonesto. Quello che posso dire, dopo anni di palchi, è che la domanda giusta non è «suonare gratis o no» ma «gratis per chi?». Se il locale incassa e la band no, il problema non è la passione: è la ripartizione. Se invece è una serata tra amici, un festival no-profit, una jam dove tutti portano qualcosa, allora la valuta del pasto è legittima.
Il confine è sottile ma esiste. Ed esiste anche una terza strada che in Italia funziona più di quanto si creda: il raccoglimento, la cappella, il prezzo del biglietto dichiarato. Quando il pubblico paga — anche cinque euro — la percezione cambia, la serata cambia, e anche il suono sembra cambiare. La gente ascolta diversamente quando ha messo una moneta sul tavolo.
Dignità e passione non sono nemiche
Il paradosso del blues è che è nato dalla fame e vive di passione: quindi chi lo suona è sempre sospettato di poter accontentarsi di meno. Ma la passione non è una moneta, è il carburante. La moneta serve per arrivare al prossimo concerto. Finché il circuito non troverà un equilibrio — e lo troverà solo se musicisti, proprietari e pubblico si parlano invece di sparirsi battute sui social — continueremo a fare i conti in tasca prima di salire sul palco.
E intanto, la prossima volta che sentite un'ottima band in un club mezzo vuoto, comprate un CD. È il gesto più rivoluzionario del live italiano.