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Dove il Delta stringe la mano ai Balcani: i punti di contatto che nessuno racconta

Beppe Platania
Dove il Delta stringe la mano ai Balcani: i punti di contatto che nessuno racconta

Photo: Mtaylor848, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un momento, in certi concerti estivi, in cui il pubblico smette di capire in che genere si trova. Il chitarrista piega una nota con lo slide, la sezione fiati risponde con una frase che sa di fanfara serba, e la platea balla lo stesso. Nessuno se ne lamenta. Anzi.

Quella sensazione di straniamento piacevole è il cuore di uno degli incontri più fecondi del live italiano: blues e musiche balcaniche. Due tradizioni che sembrano lontane chilometri — e geograficamente lo sono — ma che parlano, a ben guardare, la stessa lingua madre.

Due modi, un solo pianto

Partiamo da un fatto tecnico che i chitarristi conoscono bene: il Delta blues vive di scala minore, blu note e bend che tirano le note verso l'alto o verso il basso senza mai fissarle. Le musiche balcaniche — klezmer, brass band, i modi dell'Est e del Mediterraneo orientale — fanno esattamente la stessa cosa, solo con un nome diverso: il secondo grado abbassato, le frigie con la seconda maggiore che brucia, i melismi che non si lasciano scrivere sul pentagramma.

Metti un tritone qui e una frigia lì e ti accorgi che Robert Johnson e una banda di Guča potrebbero suonare la stessa serenata, ognuno nel proprio dialetto. Non è un caso che il blues abbia sempre amato il minore: quello che da noi chiamiamo «blues minore» è, a orecchio, già mezzo passo verso oriente.

Il laboratorio festival

Il crogiolo dove tutto questo bolle sono i festival estivi. Dalla Romagna alla Puglia, ogni estate si moltiplicano le formule ibride: fiati balcanici che rincorrono un riff di Chicago, tamburi a tamburo battuto che spostano il groove dallo shuffle verso ritmi dispari, voci che passano dallo yodel alla lamentazione in tre battute.

È nei festival, più che nei club, che queste fusion si possono permettere: palchi grandi, pubblico in vacanza, disponibilità a farsi sorprendere. Poi, se l'esperimento funziona, torna nei club in forma compatta e diventa linguaggio stabile.

I dischi che hanno aperto la strada

Sul fronte discografico l'ibridazione ha una storia più lunga di quanto si pensi. Prima dei progetti esplicitamente «balcanici» c'erano i jazzisti italiani che da sempre guardavano all'Est, e i folk-revivalisti che incrociavano pizzica e pentatonica. Oggi esistono dischi interamente costruiti su questo ponte: sezioni di ottoni che citano la tradizione militare balcanica sopra un basso boogie, fisarmoniche che rispondono alla slide guitar, percussioni che sostituiscono il classico backbeat con misure in sette e nove.

Il risultato non è «world music» di facciata, ma qualcosa di più interessante: un blues che ha smesso di guardarsi intorno e ha deciso di invitare a casa i vicini.

Le voci che attraversano il confine

Abbiamo parlato con musicisti che vivono questo doppio binario. Il racconto ricorrente è lo stesso: «Ho iniziato a suonare blues perché mi ha colpito la libertà delle note piegate. Poi ho capito che mio nonno, in paese, cantava allo stesso modo». La tradizione contadina italiana — quel canto che viene dalla gola e non dal diapason — ha più in comune con le lamentazioni balcaniche di quanto i manuali ammettano.

E il blues, che è sempre stato musica di gente con poco, riconosce subito le storie simili. La mano d'operaio del Delta e la mano del contadino padano si stringono senza bisogno di interpreti.

La trappola della fusione facile

Un'avvertenza, però. L'incontro funziona solo quando nasce dalla necessità, non dal calcolo. Mettere un fiato balcanico sopra un blues perché «è di moda» si sente, e si sente male. Le fusion che restano sono quelle dove il musicista ha davvero due madri linguistiche, e passa dall'una all'altra senza tradurre.

Il consiglio di bottega è sempre lo stesso: imparare prima le regole delle due tradizioni, poi romperle. Un bend non è un melisma, e fingere il contrario si sente al primo giro.

Dove va da qui

La prossima frontiera? Probabilmente il canto. Se gli strumenti hanno già trovato il loro equilibrio, la voce resta il territorio più scoperto: cantare blues con inflessioni balcaniche o mediterranee vere, non di effetto, è la sfida che vedremo nei prossimi anni sui palchi italiani.

Nel frattempo, la prossima volta che a un festival sentite uno slide guitar che dialoga con una tromba che sa di nozze serbe, non cercate l'etichetta. Ascoltate. Il Delta e i Balcani si sono capiti da tempo: sono i cartellini dei generi che devono ancora aggiornarsi.

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