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Lo spazio tra i tasti: dove vive il blues che nessuno sa scrivere

Beppe Platania
Lo spazio tra i tasti: dove vive il blues che nessuno sa scrivere

Photo: Lubos Bena, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

C'è una scena che mi torna in mente ogni volta che qualcuno mi chiede come si impara il blues. Sono in camerino, un giovane chitarrista mi mostra il suo tablet con la trascrizione perfetta di un solo di B.B. King: note giuste, ritmi giusti, tutto in regola. Poi lo ascolto suonarla. E non c'è niente da fare: sembra una filastrocca.

Dove sta l'errore? Non c'è. L'errore è proprio il pezzo di carta.

La notazione è una foto, il blues è un film

Lo spartito occidentale è nato per la musica classica, per le orchestre, per un sistema dove la nota è un evento preciso, con un indirizzo esatto. Il blues invece vive nei margini: la terza che si piega a metà strada tra maggiore e minore, il vibrato che spinge la corda oltre il manico e la riporta indietro, le dissonanze che passano come nuvole senza mai fermarsi.

I musicologi chiamano tutto questo microtonalità, ma il termine fa più paura di quanto dovrebbe. In pratica è quello che fa un cantore quando non arriva perfettamente alla nota ma ci passa attraverso, e quella traversata è la parte più bella. La chitarra blues fa la stessa cosa con le dita: tira la corda, la lascia tornare, la tira di nuovo. Ogni volta la distanza è leggermente diversa, e proprio per questo è viva.

Provate a scrivere «bend di un quarto di tono, con vibrato incerto» su un pentagramma. È come descrivere un abbraccio per lettera.

Il disco come maestro: cinque ascolti per capire

Se volete capire cosa intendo, non serve studiare: serve ascoltare, con le orecchie giuste. Parto da tre dischi americani e arrivo ai nostri, perché il blues italiano ha fatto lo stesso percorso, solo con più ostacoli.

Primo: qualsiasi incisione di Robert Johnson. Le sue note non stanno dove dovrebbero, e il fascino nasce esattamente lì. Secondo: «Live at the Regal» di B.B. King, il disco di riferimento per chiunque voglia capire cos'è un vibrato che canta. Terzo: Albert King, con quei bend disperatamente lenti che sembrano qualcuno che tira una fune.

E poi l'Italia. Il blues nostrano ha sempre avuto un rapporto particolare con la scrittura: noi veniamo da una tradizione orale anche noi, quella dei canti popolari, delle serenate, dei canti di lavoro nelle risaie. Non è un caso che i nostri migliori bluesmen — pensiamo alla scena che è cresciuta tra Emilia e Lombardia, dai club del Granducato alle piazze — abbiano sempre suonato più a orecchio che a libro. Il vibrato di un chitarrista emiliano porta dentro qualcosa del liscio, del canto popolare padano, di tutte le musiche che si tramandano a memoria. Lo spartito non lo può contenere, ma l'orecchio lo riconosce subito.

Lo swing: il bug più grande della musica scritta

C'è poi il problema del ritmo. Nel blues gli ottavi non sono uguali: il primo è lungo, il secondo è corto, e il rapporto tra i due cambia a seconda dell'umore, del tempo, della serata. Si chiama swing, e nelle trascrizioni viene risolto con una scrittura comica: due ottavi con una piccola nota sopra che dice «swing». Come se bastasse.

Lo swing vero è una negoziazione continua tra chi suona e chi ascolta. Il batterista lo tira, il bassista lo spinge, il chitarrista decide di resistere un attimo in più sul beat due. Nessuna notazione può prevedere queste decisioni, che cambiano da un concerto all'altro, a volte da un brano all'altro nella stessa serata. Per questo una registrazione dal vivo di un club italiano — quelle fatte col registratore sul tavolo del bar, col rumore dei bicchieri — vale più di dieci album in studio perfettamente editati.

Allora come si impara?

La risposta scomoda è: imitando, come si è sempre fatto. I vecchi del Delta copiavano dai dischi, rigirando il vinile a mano, alla velocità dimezzata, finché il movimento della mano non diventava memoria del corpo. Oggi si fa con YouTube al 25% di velocità, ma il principio non è cambiato: il blues si impara come una lingua madre, parlandola, non studiandone la grammatica sui libri.

Questo non significa che la teoria sia inutile. Conoscere le scale, gli accordi, le forme aiuta tantissimo — ma come le regole di grammatica aiutano chi parla, non chi deve ancora aprire bocca. Prima si impara a parlare straziando le parole, poi si sistema.

Il mio consiglio, quello che do a tutti i ragazzi che vengono nei club dopo i concerti con lo spartito sotto braccio: chiudetelo. Mettete il disco, alzate il volume, e cercate di suonare quello che sentite, sbagliando pure. Le note tra i tasti — quelle che il pentagramma non sa nominare — sono lì che vi aspettano. E nessuno ve le potrà mai scrivere.

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