Dal banco della chiesa al bancone del locale: il gospel che respira nei club italiani
Photo: Wilfredor, CC0, via Wikimedia Commons
C'è un momento, in certi concerti, in cui il locale smette di essere un locale. Le luci si abbassano, la voce della chitarra si allunga, e all'improvviso ci ritroviamo — senza esserci mai andati — in una chiesa del Delta del Mississippi, un caldo sabato sera del 1935.
Il blues è nato in ginocchio
Si dice spesso che il blues nasca nelle piantagioni e nei juke joint, e in parte è vero. Ma le sue radici più profonde affondano nel banco di legno delle chiese nere americane. Il gospel ha dato al blues la struttura del call and response: il pastore chiama, la congregazione risponde. Nella musica nera del profondo Sud, cantare era un atto collettivo, non un spettacolo. Non c'era un palco, c'era un altare. Non c'era un pubblico, c'era un popolo.
Quando il blues è sceso dalla chiesa e ha preso la strada delle piantagioni, ha tenuto con sé quel DNA: la ripetizione ipnotica, il verso che si apre e la risposta che chiude, la sensazione che la canzone non finisca mai davvero ma giri all'infinito come una preghiera.
Il sacro nel profano
Ecco perché, quando suoniamo in un club con duecento persone che si stingono tra tavolini e spiedini, io sento ancora l'eco del coro. Quando alzo la voce sul primo verso e lascio uno spazio di silenzio — quel buco apposta — e qualcuno al fondo del locale risponde con un "yeah" o con un battito di mani, beh, quello è call and response puro. Il rito si è trasferito dal banco della chiesa al bancone del bar, ma la meccanica è identica.
Molti dei grandi del blues lo sapevano benissimo. Reverend Gary Davis predicava davvero; Blind Willie Johnson incideva disegni gospel e blues senza mai smettere di essere uomo di chiesa. E persino Muddy Waters, il più elettrico e terrestre di tutti, aveva quel modo di ripetere i versi che veniva dritto dalla tradizione dei camp meeting.
Notti da congregazione
Nei nostri club italiani succede qualcosa di curioso. L'italiano medio non è un uomo di coro, non ha l'abitudine americana di cantare in chiesa dalla culla. Eppure, quando la notte si fa lunga e il groove prende, succede la stessa cosa: le mani battono da sole, qualcuno fischia, qualcun altro canta il ritornello sbagliando le parole con grande convinzione. È estasi profana, ma estasi.
Mi è capitato, in un locale fuori Parma, di vedere una sala intera fare il coro sul ritornello di un pezzo lento, a orecchio, senza conoscerlo. Tre minuti di voci che si sovrappongono stonate e bellissime. Nessun pezzo di studio avrebbe potuto ottenere quello effetto. È il momento in cui capisci che il blues, da noi, ha trovato la sua chiesa: i locali piccoli, sudati, dove il barista chiude la cassa e resta ad ascoltare.
La sottile linea di confine
C'è però una regola che mi sono portato dietro da anni di palchi: la devozione non si finge. Il pubblico sente subito la differenza tra chi recita l'estasi e chi la vive. Il gospel funziona nei club italiani solo se chi lo suona ci crede — non in senso religioso, ma in senso umano. Se la ripetizione di un verso serve solo a riempire, suona vuota. Se serve a scavare, anche l'ultimo dei tavolini se ne accorge.
Dischi per ascoltare il legame
Se volete fare due conti in casa, vi consiglio tre ascolti. The Gospel Sound della Smithsonian, per capire la fonte. Dark Was the Night di Blind Willie Johnson, tre minuti che sono una messa intera. E poi qualsiasi live di Ry Cooder, che ha fatto della struttura gospel la colonna vertebrale del suo repertorio profano.
Il sacro e il profano, alla fine, sono solo due nomi per la stessa cosa: la musica che si fa insieme, in piedi o in ginocchio, davanti a un altare o a un bancone. E noi musicisti da palco, la domenica notte, quando spengiamo l'ampli e vediamo la sala ancora in piedi a battere le mani, sappiamo di aver fatto messa. Senza stole, senza organo, ma con tutto il cuore.