Cinque regole di bottega per suonare blues (e le trappole in cui cadere)
Photo: Connor Cunningham, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Ricevo spesso messaggi da ragazzi che stanno iniziando, dopo i concerti o sui social: «Mi dai un consiglio?». Io non ho mai fatto il maestro in senso formale, ma il mestiere della chitarra l'ho imparato come si imparano i mestieri veri: sbagliando, rifacendo, sudando. E un mestiere, si sa, si tramanda. Quindi ecco le cinque cose che direi a chiunque muova i primi passi nel blues, e le cinque trappole in cui ci sono cascato tutti — io per primo.
I cinque consigli
1. Impara prima il ritmo che le note. Il blues non è un assolo: è un groove. Se non sai tenere il tempo, il più veloce dei pentatonici non serve a niente. Suona con il metronomo, suona con i dischi, suona da solo tenendo il tempo col piede. La chitarra blues è prima di tutto uno strumento ritmico, sempre.
2. Copia, poi butta via lo stampo. Io ho imparato rubando frase a frase a Robert Johnson e a B.B. King. Copia fino in fondo, nota per nota, bending per bending. Poi, piano piano, quello che hai rubato diventa tuo, perché lo passi attraverso la tua voce, le tue dita, la tua terra. Non c'è scorciatoia: prima si imita, poi si parla.
3. Fai il bending con l'orecchio, non con la forchetta. Il bending è il cuore del fraseggio blues, ed è la cosa che i principianti trattano peggio. Non tirare la corda a caso: cerca quella nota che c'è nella tua testa, quella che canta. Se il bending non canta, non è blues.
4. Suona dal vivo, anche male. Il saggio a casa non insegna niente. Cerca jam session, open mic, locali di periferia, piazze. Fai errori davanti alla gente: imparerai in una serata più che in sei mesi di camera. E imparerai soprattutto a guardare il pubblico, che è il vero strumento.
5. Tratta la chitarra come un mestiere, non come un sogno. Un artigiano non aspetta l'ispirazione: si siede al banco e lavora. Mezz'ora al giorno tutti i giorni valgono più di sei ore la domenica. Le mani hanno memoria, ma vogliono che gliela insegni tu.
I cinque errori da evitare
1. Voler suonare veloce prima di saper suonare. La velocità è l'ultima cosa che arriva, non la prima. Un solo lento, pieno di silenzio, dice più di mille note al minuto. Muddy Waters non correva mai, e guardate dove è arrivato.
2. Suonare per gli altri chitarristi. Errore classico del circuito: al concerto ci sono tre chitarristi che si misurano e duecento persone che si annoiano. Il pubblico non è il tuo esaminatore: è il motivo per cui suoni.
3. Ignorare la voce. Il bluesman che canta e suona racconta il doppio. Anche se canti male, canta: la voce si costruisce col tempo, come le mani. Chi rinuncia a cantare si toglie metà del linguaggio.
4. Copiare l'attrezzatura invece del suono. Non serve la Stratocaster del '59 né l'amplificatore a valvole costoso per suonare il blues. Serve un suono tuo. Ho visto gente con chitarre da decine di milioni di lire suonare vuoto, e ragazzi con una Squire usata fermare la sala.
5. Dimenticare da dove vieni. Il peggior errore è imitare un suono senza portarci dentro niente di tuo. Se vieni da Bari, da Biella o da Palermo, quello è il tuo materiale. Il blues italiano ha senso solo se ha l'accento di chi lo suona.
L'ultima parola
Se dovessi riassumere tutto in una frase, direi questa: la chitarra blues è un mestiere d'artigianato, e come ogni mestiere va onorato con le mani, la costanza e l'onestà. Il pubblico, alla fine, non si ricorda se hai suonato difficile. Si ricorda se hai detto qualcosa di vero.
E questo, ragazzi, vale per la musica — e non solo.