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Niente cardigan né cappelli da campionati: la mappa vera di chi ascolta blues in Italia

Beppe Platania
Niente cardigan né cappelli da campionati: la mappa vera di chi ascolta blues in Italia

Photo: U.S. Air Force USAFE by 1st Lt. Symantha King, Public domain, via Wikimedia Commons

Lo stereotipo è resistente come un vecchio amplificatore a valvole: il pubblico del blues italiano sarebbe un branco di cinquantenni con la barba, cappello da campionati e opinioni precise su Robert Johnson. Ebbene, dopo decenni passati guardando la sala dal palco — la migliore cattedra di sociologia che esista — posso dire con certezza che il ritratto è vecchio di vent'anni.

Il blues in Italia è ascoltato, comprato e vissuto da una platea molto più strana, e molto più giovane, di quanto i luoghi comuni vogliano far credere.

La sala, spogliata a occhio

Proviamo a fare quello che fanno i ricercatori, ma col vantaggio di conoscere i nomi di metà pubblico. In una serata media in un club blues italiano trovi, con proporzioni che variano ma con una costanza impressionante:

Perché lo stereotipo non regge

La meccanica dello stereotipo è semplice: chi scrive di musica nota i fan più esperti, perché fanno domande e si fanno notare. Ma la maggioranza silenziosa della sala è un'altra cosa. Guardando i dati di ascolto in streaming, i dischi di blues e roots italiani vengono comprati da un pubblico molto più ampio di quello che riempie i club. Il problema non è chi ama il blues: è chi riesce a venire al concerto di martedì sera.

E qui arriviamo al vero collo di bottiglia, che non è generazionale ma logistico. I concerti sono in orari e luoghi che selezionano il pubblico: chi ha figli piccoli, chi si alza presto, chi vive in zona senza mezzi pubblici serali, semplicemente non c'è. Il fan medio del blues italiano non è vecchio: è stanco.

Quanto spende, e su cosa

La domanda che interessa ai gestori: quanto apre il portafoglio questo pubblico? Le cifre che si vedono in giro raccontano una storia coerente. Il biglietto medio di un club blues si muove tra i dieci e i venti euro, e il pubblico lo paga senza storie quando il valore è chiaro. Il disco fisico — vinile o CD, qui la regola del collezionismo regge ancora — si vende bene proprio nei club, molto più che online. E il merchandising, quando non è pacchiano, funziona.

Il pubblico italiano del blues spende volentieri, ma punito alla minima sensazione di presa in giro: cachet gonfiati, serate troncate, sound fatto col ritaglio. La fedeltà di questo pubblico va guadagnata ogni singola sera, e non si eredita.

Cosa cerca, davvero, chi viene a sentire blues

Se dovessi riassumere in una frase quello che il pubblico cerca, direi: verità esibita. Non perfezione tecnica — quella la trovano in streaming gratis — ma la sensazione che quello che succede sul palco stia accadendo davvero, quella sera, lì. Il pubblico blues italiano perdona le note sbagliate, non perdona la recita.

E forse è proprio questo il motivo per cui lo stereotipo del fan esperto persiste: perché il blues, più di altri generi, chiede al pubblico di partecipare, di conoscere, di entrare nel gioco. Chi ci entra resta. E in un paese dove la live music fatica, avere una platea che resta — giovane, vecchia, studente, muratore o notaio — è l'unica statistica che conta davvero.

La prossima volta che andate a un concerto, guardatevi intorno: la platea che vedrete è molto più interessante di quella che vi aspettavate.

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