Niente cardigan né cappelli da campionati: la mappa vera di chi ascolta blues in Italia
Photo: U.S. Air Force USAFE by 1st Lt. Symantha King, Public domain, via Wikimedia Commons
Lo stereotipo è resistente come un vecchio amplificatore a valvole: il pubblico del blues italiano sarebbe un branco di cinquantenni con la barba, cappello da campionati e opinioni precise su Robert Johnson. Ebbene, dopo decenni passati guardando la sala dal palco — la migliore cattedra di sociologia che esista — posso dire con certezza che il ritratto è vecchio di vent'anni.
Il blues in Italia è ascoltato, comprato e vissuto da una platea molto più strana, e molto più giovane, di quanto i luoghi comuni vogliano far credere.
La sala, spogliata a occhio
Proviamo a fare quello che fanno i ricercatori, ma col vantaggio di conoscere i nomi di metà pubblico. In una serata media in un club blues italiano trovi, con proporzioni che variano ma con una costanza impressionante:
- I fedelissimi del giro. Le persone che conosci per nome, che ti chiedono se hai sentito l'ultimo disco di un chitarrista di Chicago morto nel 1974, e che hanno spesso — sì, loro — più di cinquant'anni. Sono la spina dorsale: arrivano puntuali, comprano il disco, si lamentano se il sound è troppo alto. E hanno ragione.
- I giovani del consorzio chitarristico. Ragazzi di vent'anni con la chitarra in spalla, che studiano i tuoi assoli più di quanto tu abbia mai studiato i tuoi. Sono arrivati dal metal, dal fingerpicking o da YouTube, e considerano il blues una palestra tecnica. Poi qualche volta restano per il sentimento, e lì il gioco cambia.
- Le coppie della serata fuori. Non sono esperti e non lo vogliono diventare: cercano una serata diversa dalla solita pizza-e-cinema. Se la musica li prende, tornano. Se li annoia, non tornano. Il pubblico più onesto che esista.
- I curiosi di passaggio. Turisti, colleghi di lavoro trascinati a forza, la nipote del gestore. Sono l'incognita, e ogni tanto l'incognita si appassiona.
Perché lo stereotipo non regge
La meccanica dello stereotipo è semplice: chi scrive di musica nota i fan più esperti, perché fanno domande e si fanno notare. Ma la maggioranza silenziosa della sala è un'altra cosa. Guardando i dati di ascolto in streaming, i dischi di blues e roots italiani vengono comprati da un pubblico molto più ampio di quello che riempie i club. Il problema non è chi ama il blues: è chi riesce a venire al concerto di martedì sera.
E qui arriviamo al vero collo di bottiglia, che non è generazionale ma logistico. I concerti sono in orari e luoghi che selezionano il pubblico: chi ha figli piccoli, chi si alza presto, chi vive in zona senza mezzi pubblici serali, semplicemente non c'è. Il fan medio del blues italiano non è vecchio: è stanco.
Quanto spende, e su cosa
La domanda che interessa ai gestori: quanto apre il portafoglio questo pubblico? Le cifre che si vedono in giro raccontano una storia coerente. Il biglietto medio di un club blues si muove tra i dieci e i venti euro, e il pubblico lo paga senza storie quando il valore è chiaro. Il disco fisico — vinile o CD, qui la regola del collezionismo regge ancora — si vende bene proprio nei club, molto più che online. E il merchandising, quando non è pacchiano, funziona.
Il pubblico italiano del blues spende volentieri, ma punito alla minima sensazione di presa in giro: cachet gonfiati, serate troncate, sound fatto col ritaglio. La fedeltà di questo pubblico va guadagnata ogni singola sera, e non si eredita.
Cosa cerca, davvero, chi viene a sentire blues
Se dovessi riassumere in una frase quello che il pubblico cerca, direi: verità esibita. Non perfezione tecnica — quella la trovano in streaming gratis — ma la sensazione che quello che succede sul palco stia accadendo davvero, quella sera, lì. Il pubblico blues italiano perdona le note sbagliate, non perdona la recita.
E forse è proprio questo il motivo per cui lo stereotipo del fan esperto persiste: perché il blues, più di altri generi, chiede al pubblico di partecipare, di conoscere, di entrare nel gioco. Chi ci entra resta. E in un paese dove la live music fatica, avere una platea che resta — giovane, vecchia, studente, muratore o notaio — è l'unica statistica che conta davvero.
La prossima volta che andate a un concerto, guardatevi intorno: la platea che vedrete è molto più interessante di quella che vi aspettavate.