L'ultima fila è un tavolo pieghevole: cronaca dal banchetto merch
Il tavolo che si monta in dieci minuti
Dopo l'ultimo accordo, quando le luci si alzano e il fonico comincia a staccare i cavi, c'è un pezzo di concerto che quasi nessuno mette in scaletta: il banchetto del merchandising. Si monta in dieci minuti, si smonta in cinque, e in mezzo ci passa una quantità di storie che non sta in nessun rider.
Nel giro blues italiano il tavolo pieghevole è quasi sempre lo stesso: due metri per ottanta, una tovaglia scura, un cartello scritto a mano con i prezzi. Sopra ci finisce di tutto, dal vinile alla spilletta smaltata. E davanti, puntualmente, si forma quella coda lenta di persone che non hanno voglia di andare a casa subito.
Quanto costa davvero un vinile
Partiamo dai numeri, perché il merch è anche una questione di conti. In una tournée tipo di venti date, con Beppe Platania e la band in furgone, il banchetto copre tra il 15 e il 25 per cento dei costi di trasferta. Non è la gallina dalle uova d'oro, ma è quella che tiene in piedi la data successiva.
I prezzi, nel 2026, girano più o meno così: un LP tra i 25 e i 28 euro, un CD tra i 12 e i 15, una maglietta tra i 20 e i 22, la borsa di tela sui 12, le spillette e le toppe tra i 3 e i 5 euro. Sembrano cifre piccole, e in effetti lo sono: ma moltiplicate per cento serate fanno la differenza tra un tour che si chiude in pari e uno che si chiude con un debito.
C'è poi la questione del vinile. Da qualche anno è tornato a essere il pezzo più richiesto, soprattutto dalle parti di chi non ha mai smesso di comprare dischi. Un LP pesa, occupa spazio nel furgone e costa di stampa, ma quando qualcuno lo prende in mano e lo gira per guardare la copertina, il tavolo smette di essere un punto vendita e diventa un salotto.
Le tre domande che senti sempre
Chi sta dietro al banchetto lo sa: le domande sono sempre le stesse tre, più o meno nell'ordine.
La prima è «ma suonate ancora domani?». La seconda è «questo è il disco nuovo?». La terza, la più bella, è «posso farle una domanda?»: da lì parte tutto il resto, e il resto non ha niente a che vedere con il prezzo.
C'è chi racconta di aver visto Beppe in un circolo Arci nel 2009 e non si capacitava che fosse ancora in giro con lo stesso entusiasmo. C'è chi chiede se il brano suonato in apertura fosse una cover o un pezzo originale. C'è chi vuole sapere che corde usa il chitarrista, e chi invece vuole solo dire grazie, perché quella sera aveva bisogno di stare in piedi davanti a un palco.
La maglietta per il fratello, il disco per il padre
Una delle cose che si imparano al tavolo è che il merch spesso non è per sé. È un regalo. La maglietta taglia L per il fratello che non è potuto venire, il CD per il padre che ascolta blues in macchina, il vinile per un amico che compie gli anni la settimana dopo.
Succede soprattutto nelle piazze di provincia, dove il pubblico è più di casa. Lì il banchetto diventa il posto dove si ricompone la geografia della serata: chi era seduto in prima fila, chi è arrivato tardi, chi ha ballato tutta la seconda parte. Il tavolo è il punto in cui il concerto si racconta un'ultima volta prima di sciogliersi.
E poi ci sono i bambini. Quelli che passano di corsa, prendono una spilletta e la attaccano allo zaino della madre. Non sanno niente di dodici battute, ma quella spilletta per loro è un trofeo. Vale i venti euro del tavolo accanto.
Piccola economia della trasferta
Facciamo un conto della serva, come si dice dalle nostre parti. Una data media in un circolo o in un piccolo festival italiano porta tra i cento e i duecentocinquanta spettatori. Di questi, tra il 10 e il 20 per cento passa dal banchetto, e non tutti comprano. Diciamo che una buona serata chiude con quaranta pezzi venduti, una serata storta con otto.
La differenza la fa il contesto: se il locale è caldo e la gente si ferma al bar, il tavolo lavora; se il pubblico è di passaggio e il parcheggio è lontano, il tavolo resta un mobile. Per questo chi suona impara a leggere la sala prima ancora di contare i pezzi: la fila al merch è un termometro del concerto, non solo della cassa.
Quando il banchetto diventa archivio
C'è un aspetto del merch di cui si parla poco, e riguarda la memoria. Le prime stampe, le copie numerate, i dischi fuori catalogo: al tavolo passano anche oggetti che non si trovano più da nessuna parte, se non nelle mani di chi li comprò dieci o quindici anni fa.
Succede che qualcuno arrivi con una copertina sgualcita e chieda una firma. Succede che un collezionista tiri fuori una stampa che il musicista stesso non ricordava di avere. In quei momenti il banchetto non è più un banchetto: è un archivio informale, tenuto insieme da un tavolo pieghevole e da chi ha conservato le cose.
L'ultima fila che non si vede
Alla fine il merch è questo: uno spazio di relazione travestito da punto vendita. Non è la parte nobile della serata, non ci sono luci né applausi, eppure è lì che il concerto saluta il pubblico uno per uno. È l'ultima fila, quella che non si vede dalla platea.
La prossima volta che uscite da un locale e vedete un tavolo con sopra dei vinili, fermatevi. Non serve comprare per forza. A volte basta una domanda, o un grazie detto a voce bassa. Il resto è blues, come sempre.