L'orecchio che non sbaglia: ritratto di chi mette a punto le chitarre del blues italiano
C'è un momento, prima di ogni concerto, in cui la sala sembra vuota ma non lo è davvero. Dietro le quinte, o magari accanto al bancone ancora chiuso, qualcuno sta piegato su una chitarra con l'accordatore in mano e un'espressione che non ammette distrazioni. Quel qualcuno, per Beppe Platania e per molti altri nomi del blues italiano, ha un nome. Ma per abitudine professionale, chiediamo di lasciarlo nell'ombra: è così che funziona il suo mestiere.
Il rituale delle sette di sera
Il suo lavoro comincia molto prima che il primo spettatore attraversi la porta. Arriva al club nel pomeriggio, quando i riflettori sono ancora spenti e l'umidità della notte precedente ha fatto il suo effetto sul legno. Le chitarre di Beppe — e chi legge questo sito conosce la collezione, graffi compresi — non sono strumenti da museo: vivono, respirano, si spostano da un microclima all'altro. Il salto da un club di Padova a una sala di Bologna può significare mezza tonalità di differenza sul tasto dodici.
«Il problema non è mai la prima corda», ci racconta ridendo, mentre controlla l'azione di una Telecaster vintage. «Il problema è quello che succede oltre il quinto tasto. Lì si vede se uno ci ha messo le mani o se ha solo girato le meccaniche.»
Umidità, riscaldamenti e altre battaglie perdute
Chiunque abbia suonato nei club italiani lo sa: le sale da concerto nostrane sono un ecosistema ostile. Riscaldamenti accesi a intermittenza, spifferi vicino al palco, un muro che traspira da trent'anni. Il tecnico lo chiama «il clima», e lo affronta come un meteorologo di campagna: sa leggere le pareti, sa quando una cassa ha bisogno di stare vicino al termosifone e quando invece va tenuta lontana.
Nella stagione fredda, quando i locali tirano i fiati dal motore dei riscaldamenti a gasolio, il legno lavora di continuo. Significa riaccordare due o tre volte nel corso della serata, spesso in scena, al buio, mentre il pubblico crede che tutto sia sempre stato così.
Un mestiere che non compare sul manifesto
Sui manifesti dei concerti c'è il nome dell'artista, magari quello del gruppo. Il tecnico non c'è mai. Eppure senza di lui quella chitarra che suona così bene nella terza canzone potrebbe non suonare affatto. È una professione fatta di pazienza, orecchio assoluto (o quasi) e una quantità di problemi risolti in anticipo che nessuno noterà mai.
«Il complimento migliore che posso ricevere è che nessuno si accorge di me», dice. E nella filosofia del blues, dove l'imperfezione è parte del linguaggio, questo paradosso ha un senso profondo: lo strumento deve essere impeccabile proprio perché il musicista possa permettersi di sbagliare con grazia.
Cinquant'anni di corde e una mano ferma
Lavorare con Beppe significa anche fare i conti con la storia. Chitarre che hanno girato l'Italia in van da decenni, corde che qualcuno meno pratico avrebbe cambiato da tempo, intonazioni aperte che escono dai canoni di qualsiasi manuale. «Beppe sa esattamente come vuole che suoni ogni pezzo. Il mio lavoro è arrivare lì prima di lui, così quando sale sul palco non deve pensare a niente se non a suonare.»
È questa la lezione più grande che ci porta a casa: dietro ogni grande serata live c'è una catena di gesti invisibili. L'accordatore di fiducia non firmerà mai un disco né comparirà in una foto sul palco. Ma la prossima volta che sentirete una chitarra blues suonare «giusta» in un club piccolo, sappiate che qualcuno, un'ora prima, ha passato ventidue corde tra le dita una per una, nell'ombra, senza fretta.