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Cabiare nel buio e pubblico in delirio: storie vere dai backstage di Beppe

Beppe Platania
Cabiare nel buio e pubblico in delirio: storie vere dai backstage di Beppe

Photo: Dina Regine, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Il cabare non arriva mai al momento giusto

C'è una regola non scritta nel live italiano: il cabare si rompe sempre nel momento peggiore. Beppe Platania lo sa bene. «Una volta a Pordenone, primo pezzo, si è impallato l'ampli. Siamo rimasti lì, in silenzio, col pubblico che ci guardava. Poi qualcuno al bancone ha iniziato a battere il ritmo sulla bottiglia, e da lì è nato un jam acustico di quaranta minuti». Storie così, nel mondo di Beppe, non sono eccezioni: sono il mestiere.

Dai club del Nord ai festival estivi

Gli anni Novanta sono stati la scuola dura. Piccoli club della Lombardia e del Veneto, palchi larghi tre metri, fili neri ovunque e un pubblico che se ne intendeva ma non lo ammetteva. «In quei posti hai due opzioni», racconta un vecchio compagno di band, «o suoni per te stesso o impari a leggere la sala. Beppe ha imparato a leggere la sala meglio di chiunque».

Con l'arrivo dei festival blues estivi tutto è cambiato: palchi enormi, ma anche una nuova pressione. «Al primo grande festival si è dimenticato le parole di un brano. Si è inventato una strofa sul momento, parlata, quasi rapata prima del tempo. Il pubblico ci ha creduto tutti».

Promoter: la vera specie in via d'estinzione

Nel live italiano il promoter è spesso un mitomane con un furgone prestato. Ma ce ne sono anche di quelli buoni. «Il miglior promoter con cui ho lavorato», dice Beppe, «ci veniva a prendere alla stazione, ci faceva la pasta in camerino e dopo il concerto ci aiutava a caricare. Quelli si ricordano».

E i disastri? La lista è lunga: la tuta da lavoro indossata per scherzo e rimasta addosso per l'intero concerto, il moggio della chitarra acustica dimenticato in autostrada, la notte in cui ha suonato con la febbre a 39 «perché il pubblico aveva pagato il biglietto».

Cosa resta, dopo trent'anni

Alla fine, chiedete a Beppe cosa ricorda di più e la risposta è sempre la stessa: «Le serate in cui la sala respirava con noi. Non si comprano, non si ripetono. Succedono o non succedono».

Ecco perché, nonostante tutto, sale ancora sul palco. Perché il live italiano, con i suoi difetti e le sue glorie, è l'unica scuola che conta davvero.

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