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Rotte sonore: come il Delta del Mississippi è approdato tra le risaie padane

Beppe Platania
Rotte sonore: come il Delta del Mississippi è approdato tra le risaie padane

Photo: OnBeyondZebrax, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è una domanda che mi hanno fatto in quarant'anni di palchi, e me la fanno ancora: «Ma tu, un bluesman, come ci sei diventato? Nato a Milano, mica nel Mississippi...». E io rispondo sempre la stessa cosa: proprio da lì, da Milano. O meglio, da quella pianura piatta, grigia e piena di traffico che qualcuno ha il coraggio di chiamare campagna.

Il blues arriva per posta

A metà degli anni Sessanta, a Porta Romana, il blues non si comprava in negozio. Si ordinava per corrispondenza, dai cataloghi inglesi o olandesi, e quando l'LP arrivava — copertina piegata, etichetta strana, magari con la dedica scritta a mano dal venditore — era un evento. Io avevo un gruppo di amici con cui facevamo la rotazione: uno comprava un Muddy Waters, l'altro un Lightnin' Hopkins, e ci ritrovavamo a stare ore davanti al giradischi con le cuffie condivise, perché il giradischi di famiglia non lo potevi toccare.

Quel che mi colpiva non era solo il suono, ma l'aria che si respirava dentro quelle incisioni. Il frinire della polvere sul solco, le stanze che si sentivano in fondo alle voci, le chitarre che non erano mai perfettamente accordate ma suonavano più vere di qualsiasi cosa passasse alla radio. Era un'idea di musica come luogo. E io, che vivevo in una città senza orizzonti, cominciavo a capire che quella musica parlava di posti — e che un posto lo si può anche inventare, se non ce l'hai.

La pianura come paesaggio sonoro

C'è chi dice che il blues non può nascere tra le risaie. Io direi il contrario: la pianura padana ha un suono, e chi ci è cresciuto lo porta dentro. Il passaggio continuo dei treni merci notturni, il traffico della tangenziale, il vento che non trova ostacoli per chilometri. È un paesaggio orizzontale, senza rilievi, dove tutto si sente da lontano — un po' come le armoniche di un Delta che non ho mai visto, ma che riconoscevo già al primo assolo.

Ho conosciuto ragazzi venuti dalle colline toscane, dai borghi di montagna, dai quartieri popolari di Genova. Ognuno portava il proprio paesaggio dentro il fraseggio. Il mio è fatto di strade dritte e cielo basso, e credo che si senta, quando suono. Non serve il Mississippi per raccontare una terra: serve saperla ascoltare.

Primo viaggio oltre l'oceano

Il primo tour negli Stati Uniti lo ricordo come un esame che non sapevo di dover dare. Arrivi là, suoni in un club dove il blues l'hanno inventato loro, e pensi: adesso mi smontano. E invece la serata finisce con il proprietario del locale che viene da te, ti abbraccia e ti dice: «You got it, man». Non perché suonassi come un americano — suono come un italiano che ha studiato gli americani, e si sente — ma perché il blues, alla fine, non è una questione di passaporto.

Da lì sono tornato con una valigia piena di dischi comprati in negozi che non esistono più, e con una convinzione: che le rotte sonore si possono percorrere in entrambe le direzioni. Noi abbiamo importato il blues dal Delta; ma quando un musicista di qua dell'oceano ci mette dentro la propria terra, quella musica riparte, cambia, si rinnova.

Le rotte che contano

Oggi, quando ascolto un giovane chitarrista italiano che suona blues, non gli chiedo se ha suonato a Memphis. Gli chiedo cosa ascoltava a quindici anni, da che paese viene, che suoni senteva dalla finestra di casa. Perché le rotte sonore vere sono quelle: le vie che un suono percorre prima di arrivare alle tue dita. Il mio percorso è partito da un pacchetto postale e da un giradischi di famiglia, è passato per i locali della Dorsale e per i club del Sud degli Stati Uniti, ed è arrivato — chissà dove finirà — qui, su queste pagine.

Il Delta è ovunque, se hai orecchie per sentirlo. Anche tra le risaie.

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