Il mixer è il suo strumento: ritratto del fonico che tiene in piedi il blues dal vivo
Entri in un circolo di provincia, il blues sta per cominciare, e lo vedi lì: seduto dietro una consolle che sembra un mobiletto recuperato, cuffie al collo, una torcia in bocca e lo sguardo che passa dal palco alla sala come un metronomo. Non è il chitarrista, non è il cantante, non è quello che presenta la serata. Eppure senza di lui il concerto può prendere una piega che nessuno vorrebbe raccontare il giorno dopo. È il fonico. Nei piccoli club italiani è una figura ibrida: tecnico, psicologo, vigile del fuoco e traduttore della stanza. Il suo metro quadrato di regia è il punto in cui il blues dal vivo incontra la realtà dei muri, dei soffitti bassi e degli impianti che non hanno mai abbastanza canali.
Prima di tutto la stanza
C’è un gesto che quasi tutti i fonici fanno appena entrano in un locale: battono le mani. Una volta, due, tre. Ascoltano la coda del suono, il rimbalzo, il punto in cui la stanza comincia a mentire. Perché una sala piena di gente non suona come una sala vuota, e un circolo con le pareti di legno non suona come una trattoria con i tavoli di marmo. Il fonico del blues italiano lo sa prima di accendere il mixer: deve capire dove mettere i piedi, dove mettere i microfoni e dove, soprattutto, non metterli. In certi locali la batteria sembra suonare dentro un armadio; in altri la voce rimbalza fin sotto il bancone del bar. Il suo lavoro comincia molto prima del primo pezzo, quando il pubblico è ancora fuori a fumare e i musicisti stanno montando gli strumenti con la fretta di chi ha fatto trecento chilometri.
Canali stretti, decisioni larghe
Nei club piccoli il fonico non ha la possibilità di isolare ogni cosa. Ha otto, dieci, a volte dodici canali. Deve scegliere. La chitarra acustica con il pickup? Un DI e via. L’amplificatore del chitarrista elettrico? Un microfono davanti al cono, ma non troppo vicino, altrimenti cattura anche il fruscio della manica. La batteria? Se va bene tre microfoni: cassa, rullante, overhead. Se va male, due. E poi c’è la voce, che nel blues è quasi sempre il primo strumento e quasi sempre il più difficile da salvare. Il fonico ascolta il cantante che prova a scaldarsi, capisce se ha bisogno di più corpo o di più presenza, se quel timbro graffiato deve restare graffiato o se rischia di diventare un ronzio. Non aggiunge quasi mai: toglie. Taglia il rimbombo, doma il medio-basso, cerca di far convivere armonica e chitarra senza che una mangi l’altra. È un mestiere di sottrazione, e nel blues la sottrazione è già metà del suono.
La voce è il primo strumento
Chi suona sul palco spesso non sa cosa succede fuori. Il chitarrista sente il suo amplificatore, il batterista sente la grancassa, il cantante sente se stesso attraverso un monitor che a volte è poco più di un altoparlante da automobile. Il fonico, invece, sente tutto insieme. È l’unico che ascolta il concerto come lo ascolterà il pubblico. Per questo, quando una serata funziona, il suo è un lavoro invisibile: nessuno sale sul palco a ringraziarlo, e va bene così. Ma basta un feedback nel momento sbagliato, un ronzio che entra durante un assolo, una voce che sparisce nel ritornello, e tutti si girano verso quel metro quadrato in fondo alla sala. Il fonico lo sa. Per questo tiene la mano sul master, gli occhi sul palco e un orecchio sempre teso verso il pubblico. Nei locali italiani capita spesso che sia lui a dare il segnale: «Adesso basta, la sala è piena, alziamo un po’ il volume». Oppure: «Fermi, quel microfono sta prendendo il tavolo». Non è il capo, ma è quello che decide quando il suono può uscire.
Feedback, silenzi e applausi
C’è una parte del mestiere che nessuno racconta: l’attesa. Il fonico arriva presto, monta, prova, aspetta. Poi il locale si riempie, la temperatura sale, le corde si scordano, il pubblico parla. Lui resta lì. A volte conosce i musicisti da anni, sa che quel chitarrista tiene il volume basso e che quel cantante ha bisogno di un po’ più di riverbero. Altre volte li vede per la prima volta e deve capire tutto in mezz’ora di soundcheck. In entrambi i casi, il suo strumento è l’ascolto. Non è un musicista sul palco, ma è il quarto uomo che tiene insieme la band e la stanza. Chi ha condiviso il palco con Beppe Platania lo sa: il blues dal vivo non è solo dodici battute, è anche la persona che, da un metro quadrato, decide che quella sera il suono può arrivare fino all’ultimo tavolo senza ferire nessuno. E quando il concerto finisce, mentre il pubblico cerca il bancone e i musicisti cercano il furgone, lui spegne il mixer, arrotola i cavi e si prepara alla prossima stanza impossibile.