Cento posti a sedere e una verità grande: nelle sale da tè di provincia il blues non è mai andato via
Photo: small intimate blues concert in Italian neighborhood bar, guitarist on tiny stage, warm lights, seated audience, via images.stockcake.com
C'è un momento, prima del concerto, in cui il locale è ancora se stesso: le sedie disposte a metà, il bancone pieno, la radio accesa in cucina. Poi arrivano i musicisti, si tolgono le sedie di fronte, e per due ore quel bar diventa altro. Diventa teatro.
Ho passato gli ultimi mesi a girare i locali dove suono e dove suonano i colleghi, quelli da ottanta, cento, centoventi posti. E ho capito una cosa: senza questi luoghi, il blues italiano è solo una discussione su internet.
Il gestore che fa i conti col quaderno
Parliamo prima di tutto di chi tiene aperto. Perché un locale che fa concerti non è un ristorante con un palchetto: è un piccolo gesto di follia ripetuto ogni settimana.
Ho conosciuto gestori che tengono il bar aperto di giorno solo per potersi permettere la serata del sabato. Che comprano le birre al grossista, montano l'impianto da soli il pomeriggio, e a fine serata fanno i conti su un quaderno con la copertina di plastica. Il cachetto del gruppo spesso non copre nemmeno le spese: si va avanti perché qualcuno ci crede, punto.
Uno mi ha detto una frase che mi sono portato dietro: «Io non gestisco un locale blues. Gestisco un bar dove ogni tanto succede qualcosa». È una differenza enorme, ed è proprio quella differenza a salvare la scena.
I babbi che se ne vanno e i fedeli che restano
C'è un fenomeno che chi fa questo mestiere conosce bene: i locali che si svuotano quando arriva la musica. Il cliente abituale del martedì sera, quello che guarda il tg davanti al calice di rosso, il sabato dei concerti non c'è. Si sposta in sala giochi, o semplicemente non sopporta il volume.
E allora resta il pubblico vero: quello che arriva da trenta, quaranta chilometri, che conosce i brani, che ti chiede se fai il pezzo di Robert Johnson o quello del tuo disco del 2011. Poco numeroso, magari cinquanta persone, ma appiccicato alla sedia. Cinquanta persone in un locale da cento riempiono più di trecento in un teatro da seimila. Non è matematica, è atmosfera.
Il suono delle sale piccole
Suonare in un bar di provincia è tutt'altra disciplina rispetto al palco grande. Non c'è monitor che tenga: ti servi degli amplificatori altrui, senti il basso rimbalzare dalla vetrata, e capovolgi l'arrangiamento perché il batterista deve quasi suonare con le spazzole.
Ed è esattamente lì che il blues diventa blues. Nelle sale piccole non puoi nasconderti: ogni sfumatura di voce, ogni nota smorzata arriva al primo banco e alultimo. Il pubblico ti sente respirare. A volte ti sente sbagliare, e ti perdona, perché siamo lì insieme per quello.
Un patrimonio che non si mappa
Provate a fare una ricerca: circoli che organizzano blues in provincia di Pavia, tra il Pavese e il Lodi, nelle zone di Lucca e Pistoia, nel deep Italy tra Parma e Reggio. Non esiste una mappa ufficiale, e forse è meglio così. Questi luoghi sopravvivono proprio perché sono di bocca in bocca, perché c'è un tizio che manda i messaggi su WhatsApp e riempie tre auto.
Il rischio però è dietro l'angolo: affitti che salgono, licenze, generazioni di gestori che non c'entrano niente col blues e ristrutturano in enoteca. Ogni volta che chiude uno di questi locali, sparisce anche un pezzo di memoria: le jam del giovedì, il pubblico che ha visto crescere i chitarristi ora conosciuti, i nastri registrati col telefono sul tavolo.
Quello che possiamo fare
Non serve una rivoluzione. Serve entrare, pagare la consumazione, portare un amico che dice «il blues non lo capisco». Serve capire che un concerto in un bar da cento posti non è il ripiego, è il cuore: tutto il resto — festival, teatri, palchi — è la periferia di questo centro.
Io i locali piccoli li ringrazio ogni volta che ci suono. Mi hanno formato, mi hanno perdonato gli errori, mi hanno dato il pubblico più esigente e più generoso che esista. E finché ci sarà un gestore che alle undici di sera abbassa le luci e tira fuori la sedia per la chitarra, il blues italiano non sarà mai morto.
Ci vediamo al bar. Quello con le sedie pieghevoli, intendo.