Quattrocento chilometri, due date e un panino freddo: il mestiere invisibile del tour blues
Photo: U.S. Navy photo by James Kimber, Public domain, via Wikimedia Commons
C'è un momento preciso, di solito verso le tre del pomeriggio, quando stai scaricando l'amplificatore dal furgone davanti a un circolo ARCI di provincia e ti rendi conto che il tour non è la musica. Il tour è tutto il resto: le telefonate fatte tre mesi prima, la promessa del pasto incluso, il proprietario del locale che ti chiede di non alzare troppo il volume perché «la vicina si è già lamentata due volte».
Ne parliamo spesso tra musicisti, ma quasi mai in pubblico: il blues italiano vive di un lavoro invisibile, fatto di relazioni, fiducia e una buona dose di pancia. E visto che qualcuno dovrà pur raccontarlo, tanto vale farlo io, che di furgoni carichi ne ho pieno il curriculum.
La mappa non è uguale per tutti
Il circuito italiano dei locali dove si può suonare blues dal vivo è una cosa curiosa: non esiste ufficialmente, ma chi ci lavora lo conosce a memoria. C'è la trattoria di paese che ogni tanto trasforma la sala da pranzo in sala da concerto, con le sedie pieghevoli e il proiettore spento sul fondo. C'è il club storico di città grande, quello con l'ingresso su una via secondaria e un poster ingiallito di Muddy Waters appeso dietro il bancone. E poi ci sono i festival estivi, i borghi che in agosto si riempiono di turisti e di palchi montati in piazza.
Sono mondi diversi, con logiche diverse. La trattoria ti paga poco ma ti tratta come di famiglia. Il club grande ti tratta da professionista ma il cachet, una volta tolte le spese, non fa sconti miracoli. Il festival ti dà visibilità e un camerino, ma poi scopri che il camerino è un container e la visibilità è un cartello stradale.
Come si costruisce una data (davvero)
Il mito del booker che ti riempie il calendario con una telefonata è esattamente questo: un mito. Nella realtà, una tournée di dieci date nasce da centinaia di messaggi, da passaggi in locali dove hai suonato gratis anni fa, da un amico che conosce il gestore di un circolo in Emilia. Il lavoro si regge su tre pilastri semplici e scomodi:
- La reputazione. Suoni bene, consegni in orario, non rompi le palle: la prossima data arriva da sola. Suoni male o fai sceneggiate, la notizia gira più veloce del tuo disco.
- La reciprocità. Se un locale ti fa suonare quando nessuno ti chiamava, ci torni anche quando il tuo prezzo è salito. Punto.
- La pazienza. Le trattative vanno in là per settimane, si spostano, si spengono. Poi una sera ti arrivano tre conferme in un'ora e il mese di marzo si riempie come per magari.
E attenzione: il pagamento non è sempre in denaro contante. A volte è in vitto, in benzina, in un pernotto da un amico. Un giorno scopri che la valuta vera del circuito è la fiducia, non l'IVA.
Il furgone come seconda casa
Chi non ha passato una notte su un sedile reclinabile tra Bologna e Cuneo non sa cosa sia il blues italiano. Il viaggio è parte integrante dello spettacolo, anche se nessuno paga il biglietto per vederlo. Si impara a dormire col rumore dei rulli in translavoro, a leggere i cartelli stradali di notte, a sapere esattamente in quale autogrill dell'A1 fanno il caffè decente.
C'è poi l'arte del carico: chitarra in cabina sempre, amplificatore bene fasciato, e quella regola non scritta secondo cui il materiale che serve di più finirà sempre in fondo al furgone. Sempre.
I numeri, senza sogni ad occhietti lucidi
Facciamo i conti come si fanno in camerino, col bicchiere in mano. Una band di quattro che fa una data in un club medio incassa un cachet che, diviso per tutti e dedotte le spese di viaggio, si avvicina molto a una giornata di lavoro qualunque. Il margine lo fanno la continuità, i dischi venduti sul tavolo del merchandising e le date in sequenza che ammortizzano il carburante.
Per questo chi vive di questa musica in Italia è per forza anche imprenditore: gestisce il calendario, l'home studio, la pagina social, il rapporto con il gestore del locale. E la passione? La passione non si scrive in bilancio, ma senza di quella il furgone non parte.
Consigli a chi sogna il palco
Se proprio devo lasciare qualcosa di utile a chi parte, direi così:
- Suona vicino a casa per un anno intero prima di allargare. Conosci il tuo pubblico e i tuoi limiti senza spendere un patrimonio in gasolio.
- Tratta ogni gestore di locale come un collega, non come un cliente. Sono loro i veri mecenati di questo paese.
- Documenta tutto: date, contatti, incassi. La memoria dei musicisti è famosa per le sue lacune.
- Impara a montare e smontare in fretta. Il rispetto di chi ti ospita si misura anche nei minuti.
E alla fine, nonostante tutto — i panini freddi, le tratative andate in fumo, i vicini del locali arrabbiati — ogni tanto capita la serata giusta. Il locale pieno, il silenzio quando serve, il boato quando non serve. E in quel momento ti dimentichi di quanto è dura l'organizzazione. Fino al prossimo furgone, naturalmente.