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Mani sulle corde di chi verrà: viaggio tra i chitarristi under 35 che tengono acceso il blues italiano

Beppe Platania
Mani sulle corde di chi verrà: viaggio tra i chitarristi under 35 che tengono acceso il blues italiano

Photo: Mostafameraji, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un momento, in ogni jam session blues che si rispetti, in cui il veterano sul palco guarda verso la porta. Non cerca l'amico in ritardo: cerca di capire se qualcuno di più giovane è entrato, se quest'anno ha portato la chitarra, se la catena continuerà.

La buona notizia è che qualcuno, quella porta, la attraversa ancora. E non con la chitarra al posto della scusa.

Le mani di vent'anni su un archivio di settant'anni

Basta fare il giro dei club che ancora programmano blues — dal nord al sud, tra piccole rassegne estive e serate d'inverno nei circoli — per incontrare ragazzi nati quando i pionieri del blues nostrano già giravano l'Italia da anni. Vent'anni, ventidue, ventotto. Chitarre spesso datate, comprate usate, ripagate a rate con i compensi da concerto che arrivano piccoli ma puntuali.

Quello che colpisce non è la tecnica, che in molti casi è sorprendente. È la cultura. Questi giovani hanno studiato l'archivio: conoscono le incisioni storiche italiane, sanno chi ha suonato con chi, riconoscono l'influenza dei maestri che hanno fatto da ponte tra il Delta del Mississippi e le nostre province. Non imitano: assorbono. E poi filtrano tutto attraverso la loro sensibilità, che include il rock alternativo, il soul, la canzone d'autore, persino il jazz più contemporaneo.

Un confronto che vale più di mille lezioni

Il modo più efficace per capire questa scena è metterla accanto a chi ha vissuto il blues italiano dalla prima ora. Quando un musicista con cinquant'anni di palcoscenico alle spalle condivide il palco con un ragazzo di venticinque, succede sempre la stessa cosa: all'inizio il giovane cerca di dimostrare tutto quello che sa. Poi il veterano suona tre note in meno, con più spazio d'aria, e il giovane si ferma a guardare.

È il passaggio più importante, quello che non si trova su nessun tutorial. Il silenzio tra una frase e l'altra. Il peso di una dinamica. Il fatto che il blues, prima di essere una scala, è una misura della propria vita.

Molti dei giovani più promettenti raccontano la stessa storia: un maestro che li ha ascoltati, criticati senza crudeltà, poi chiamati per un concerto quando nessuno avrebbe scommesso su di loro. La bottega, appunto. Funziona ancora, a patto che ci sia pazienza da entrambe le parti.

Dove suonano, e per chi

La geografia di questa nuova ondata è frammentata ma viva. Le rassegne dedicate al roots si moltiplicano in Emilia-Romagna e in Toscana, i festival estivi aprono le serate ai giovani talenti, e le jam session delle città — da Milano a Roma, passando per i centri minori — restano il vero campo di allenamento. Qui si imparano le cose che non si studiano: leggere il pubblico, gestire un cambio di tempo, capire quando una serata sta per girarsi male e come salvarla.

Il pubblico? Qui viene il nodo. I giovani musicisti raccontano di platee miste: qualche appassionato storico coi capelli grigi, pochi coetanei, tanti curiosi arrivati per caso. Il rischio è che il blues italiano diventi un patrimonio da museo, bello da citare, difficile da frequentare. Ma c'è anche chi la pensa diversamente: il problema non è il genere, è il contenitore. Quando il blues esce dal locale specializzato e incontra il pubblico in rassegne aperte, festival di paese, piazze d'estate, la reazione è sorprendentemente calda.

Ci sarà un pubblico tra vent'anni?

È la domanda che tutti si fanno, e la risposta onesta è: dipende da noi. Non dai giovani, che ci sono e hanno le carte in regola. Da chi organizza, chi scrive, chi parla, chi porta un amico al concerto invece di restare a casa.

Il blues è sempre stato una musica di trasmissione, non di conservazione. Si è salvato perché qualcuno lo ha insegnato a qualcun altro, di persona, con la chitarra in mano. I ragazzi di oggi hanno strumenti che i pionieri non avrebbero mai immaginato: registrazioni in qualità domestica, video, la possibilità di farsi conoscere senza etichetta. Quello che non hanno è il tempo insieme ai maestri, perché i maestri invecchiano e i palchi si riducono.

Per questo ogni serata condivisa conta doppio. Ogni jam aperta, ogni doppio concerto generazionale, ogni volta che un veterano lascia il microfono a un giovane per un paio di brani, è un seme piantato.

Il testimone, alla fine, si passa in due

Si dice che i giovani raccoglieranno il testimone. Ma il testimone non si raccoglie: si passa. Serve qualcuno che lo tenda, che si fidii, che accetti che il blues di domani non suonerà esattamente come quello di ieri.

E i ragazzi, da parte loro, sembrano pronti. Suonano con l'umiltà di chi sa di avere tutto da imparare e l'ambizione di chi ha qualcosa da dire. Frequentano i club, studiano gli archivi, chiedono consigli senza vergogna. Il resto — il pubblico, le sale, il futuro — è una responsabilità che va divisa.

Tra vent'anni, qualcuno scriverà forse un articolo sui giovani chitarristi che tengono vivo il blues italiano. Quei chitarristi, oggi, hanno ventidue anni e stanno suonando in un club mezza vuoto da qualche parte in provincia. La cosa migliore che possiamo fare è essere lì, ad ascoltarli, adesso.

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