Dopo le dieci si paga solo la birra: anatomia della jam session da quartiere
Photo: EileenSanda, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento preciso, nelle serate di jam, in cui il locale cambia pelle. È quando il gruppo che apre finisce l'ultimo pezzo, il cantante ringrazia, e da qualche parte nel fondo della sala qualcuno apre una custodia di cartone consumata agli angoli. Da lì in poi il bar non è più un bar: è una scuola, una piazza, una famiglia allargata che si ritrova ogni martedì o ogni giovedì, a seconda del quartiere.
Il rituale che non ha manifesti
Non esiste pubblicità per queste serate. Nessun evento Facebook con tanto di locandina graficata, nessun biglietto. C'è un cartello scritto a mano all'ingresso — "Jam blues, ore 22, ingresso libero" — e il passaparola che funziona da decenni. Il meccanismo è sempre lo stesso: una casa band apre la sera, suona un set, e poi il palco si apre. Il coordinatore, che quasi sempre è il batterista o il bassista del locale, tiene la lista dei musicisti arrivati e li smista a gruppi di tre, quattro, cinque.
Chi non ha mai visto una jam pensa al caos. In realtà è il contrario: è una delle poche situazioni del vivo italiano governate da regole ferree, anche se nessuno le ha mai scritte da nessuna parte.
Le regole non scritte, che valgono più di un contratto
La prima: ascolti chi suona con te prima di suonare tu. Sembra banale, ma è il test di ingresso. Chi sale sul palco e parte a suonare sopra gli altri, senza guardare il batterista, senza lasciare spazio al cantante, lo si nota subito — e difficilmente lo richiamano la settimana dopo.
La seconda: il volume è una questione civile. In un locale da ottanta posti, il chitarrista che accende il doppio stack è come chi parla al telefono al cinema. Si suona piano, si suona insieme.
La terza: si passa il microfono. Il pezzo lungo, il giro di dodici dove ognuno prende il suo chorus, è la struttura base. Ma quando il cantante del gruppo accanto indica che vuole fare una voce, si lascia. È così che i ragazzi di vent'anni finiscono per suonare con signori di sessantacinque che hanno aperto i club blues negli anni Settanta.
Un conservatorio con il bancone
Lo dicono tutti quelli che sono cresciuti così: la jam è stata la loro vera scuola. Il conservatorio insegna le scale, ma è sul palco di un circolo di periferia che si impara a chiudere un finale a quattro, a leggere lo sguardo di un batterista sconosciuto, a gestire il silenzio quando il pubblico non conosce il pezzo.
E c'è un aspetto che spesso si dimentica: per i veterani, queste serate sono anche un modo per restare in gioco. Il musicista blues italiano non vive di tour mondiali — vive di date, di sagre, di club. La jam è il luogo dove si conoscono, si scambiano contatti, si montano progetti. Metà dei gruppi che oggi fanno date in giro sono nati da un cambio di turno in una jam di martedì sera.
I luoghi: dal circolo ARCI al bar con il biliardo
Ogni città italiana ha il suo tempio. A Milano e hinterland sono spesso i circoli ARCI, con la loro tradizione di musica dal vivo e gestione collettiva. A Roma sono i locali del quadrilatero tra Trastevere e Testaccio, dove la jam blues è istituzione da trent'anni. Nel Nord-Est si tengono nei circoli culturali di provincia, dove arriva gente che ha guidato un'ora apposta. E poi ci sono i bar veri e propri, quelli con il biliardo in una stanza e il palco nell'altra, dove il gestore tiene la serata aperta perché ci crede, non perché ci guadagna.
Il fatturato di una jam, per la verità, è quasi sempre in perdita. Si pagano le bevute, l'ingresso è libero, e il gesto di tenere viva la serata è puro mecenatismo di quartiere. Per questo quando un locale chiude, la notizia non fa titoli — ma nel giro di chi suona è un lutto.
Cosa resta sul pavimento alla fine della serata
Alle una di notte il palco si svuota, le custodie si richiudono, qualcuno rimane a finire l'ultima birra parlando di dischi di importazione. Il giovanissimo che stasera ha suonato il suo primo assolo davanti a gente sconosciuta torna a casa con un numero di telefono in tasca. Il veterano torna a casa sapendo che la tradizione, per una settimana ancora, è al sicuro.
Se vi capita di passare davanti a un locale con un cartello scritto a mano e un ronzio di chitarre dall'interno, entrate. Costo zero, salvo il consumo. E vi assicuro che quello che si impara guardando otto sconosciuti trovarsi sul palco non lo insegna nessun corso, nessun tutorial, nessun algoritmo. Si impara solo lì, dopo le dieci, dove si paga solo la birra.