Apriamo il flight case: le sei cose senza le quali Beppe non sale sul palco
Photo: ksblack99, Public domain, via Wikimedia Commons
C'è un momento, prima di ogni concerto, in cui tutto si ferma. Beppe apre il flight case, lo posa di traverso su una sedia qualsiasi del locale — dietro le cassette della cassa, accanto ai frigoriferi della birra, poco importa — e comincia il rituale. Chi lo segue da anni lo conosce a memoria. Chi entra per la prima volta si ferma a guardare, incuriosito da quella piccola liturgia che precede le prime dodici battute della sera.
Abbiamo aperto insieme quella valigia, qualche settimana fa, in un backstage che sapeva di fritto e di spugna umida. Ve ne raccontiamo il contenuto, pezzo per pezzo.
La chitarra: quella vera e quella "di servizio"
La protagonista è ovvio che sia lei: una acustica con decades di vita addosso, tavola segnata, buchi dove le unghie hanno lavorato lo stesso legno per anni. Non è la chitarra più costosa che Beppe possiede, e non finge di esserlo. È quella con cui ha imparato a fidarsi del proprio istinto, e dopo cinquant'anni il rapporto è quello tra due vecchi che si capiscono a metà frase.
Poi c'è la riserva. Una seconda chitarra, meno amata ma rispettata, che viaggia sempre. Non per paranoia: perché una volta, anni fa, in una traversata notturna verso una data nel bergamasco, la cassa dell'acustica è arrivata con il manico storto. Da allora la seconda viene dietro, sempre. "Una data saltata non si recupera — dice Beppe — il pubblico non ti perdona la sostituzione, ma perdona una chitarra diversa".
Le corde: più di quante ne servano, sempre
Nel case ci sono corde per tre concerti interi, almeno. È una regola nata da un episodio che Beppe racconta sempre con lo stesso sorriso: un'exhibición in una piazzetta della Liguria, la prima si spezza alla quarta canzone, il negozio più vicino chiuso per ferragosto. Da allora: corde doppie, in doppia copia.
E c'è una preferenza che i fan più attenti hanno ormai imparato a riconoscere: tirature che nessuno consiglierebbe a un chitarrista moderno, scelte per il tiro e per la voce che danno al registro acuto. Non è tecnica da manuale. È abitudine diventata firma.
Il plettro che non si butta
Tra gli accessori, ce n'è uno che spicca: un plettro consumato, assottigliato a forza di suonare, che Beppe usa solo per certi brani. Ne ha altri nella bustina, nuovi, dello stesso modello. Ma quello lì no, quello non si tocca.
"Mio figlio un giorno ha provato a comprarmene uno identico — racconta — stesso spessore, stesso materiale. Non era lo stesso. Il legno lo senti con le dita, non col catalogo".
Il minuscolo mondo dei cavi e dei riquadri
Sotto la chitarra, uno strato di cose apparentemente banali: cavi con gli anelli colorati, un riquadro di ricambi, un accordatore che ha smesso da tempo di essere all'avanguardia ma che funziona sempre, anche al freddo, anche con la batteria quasi morta. Un multiplug, un adattatore, un altro adattatore per l'adattatore. L'umiltà dell'elettronica da giro: non si vede mai finché non manca.
E poi il pezzo più curioso: un piccolo asciugamano, piegato in quattro. Serve per asciugare le corde tra un set e l'altro nelle serate umide, tipo quelle dei locali con la cantina, dove l'aria che sale dal pavimento ti cambia l'intonazione in un sol tempo.
Le superstizioni (perché anche i bluesmen le hanno)
Chiedeteglielo direttamente e farà finta di non aver capito. Ma il fatto è che la chitarra entra nel case sempre con la testa verso sinistra, sempre. E che prima di salire sul palco, sempre, tocca due volte il legno della tavola con il palmo della mano. Un gesto di mezzo secondo che nessuno ha mai visto saltare, nemmeno la sera in cui suonava con la febbre a trentotto e mezzo.
"Non è superstizione — taglia corto — è rispetto".
Gli strumenti che non ci sono più
Nel racconto del case, però, ci sono anche i buchi. La chitarra del debutto, venduta in un momento difficile. Quella prestata a un amico e mai più tornata. Il banjo comprato a Firenze in un mercatino e rivenduto con rimpianto. Beppe non li nomina con tristezza, ma con quella lucidità di chi ha capito che gli strumenti passano, la musica resta.
"Il case si riempie e si svuota — conclude — ciò che non cambia è il dovere di presentarsi al pubblico con le cose giuste. Le cose giuste non sono le più belle. Sono quelle che, alle undici di sera, davanti a cento persone, non ti tradiscono".
E quando chiude il flight case, dopo il bis, e lo ricollo in macchina tra l'amplificatore e la borsa dei cavi, quella valigia racconta già la data di domani: un'altra città, un'altra platea, lo stesso blues.