Ogni graffio una storia: dentro la collezione di chitarre di Beppe Platania
Photo: Shixart1985, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento, entrando nello studio di Beppe Platania, in cui capisci che le chitarre non sono lì appese a fare da scenografia. Sono disposte come si mettono i libri di una biblioteca usata davvero: qualcuna in piedi, qualcuna nella custodia aperta, una appoggiata sul divano come se fosse appena tornata da un concerto e avesse bisogno di riposare.
Il liutaio che le tiene vive
«Ognuna di queste ha un problema suo, e va bene così» ride Marco, il liutaio che da anni cura gli strumenti di Beppe. «Il lavoro non è riportarle a nuove. Il lavoro è farle suonare come loro vogliono suonare, senza cancellare quello che hanno attraversato.»
Marco parla delle chitarre come si parla di pazienti storici: conosce le tacche d'usura, i punti in cui il legno ha ceduto, le riparazioni fatte in corsa in una camerino a Bologna prima di un concerto. «Quella lì» indica una hollow body con la vernice opaca proprio dove l'avambraccio appoggia, «è stata lucidata da vent'anni di spalle. Non si tocca quella patina. È parte del suono.»
Un riff, tre voci
La cosa che colpisce, stando a un'ora di prova informale, è quanto lo stesso fraseggio cambi animale a seconda dello strumento. Un giro di dodici battute su una della collezione esce asciutto, quasi tagliente, perfetto per un club affollato dove il blues deve farsi sentire sopra il chiasso del bancone. Sull'altra, la stessa frase si allarga, prende un fondo caldo che sembra venire da più lontano della cassa.
«Non è magia, è legno, è usura, è come la tavola ha invecchiato» spiega Beppe. «E poi c'è la mano. Dopo tutti questi anni, certe chitarre le conosco a occhi chiusi. So dove devo spingere e dove devo lasciare.»
I segni che non si cancellano
Chiediamo a Beppe il graffio più importante. Pensacchiata un attimo, poi indica una crepa sottile vicino al battipenna, stabilizzata da anni. «Quella è di un tour di tanti anni fa. Tra le date, un trasloco in fretta, un flight case chiuso male. La mattina dopo l'ho trovata così. Ho pensato di piantarla. Poi quella sera ho suonato comunque, e il pubblico non se n'è accorto di niente. O forse si è accorto proprio di quello.»
Da lì in poi, la crepa è rimasta. Come le cicatrici, racconta, anche i difetti degli strumenti finiscono per entrare nel carattere: quel punto della tavola risponde diversamente, e chi suona impara a girarci intorno, o a usarlo.
Perché non comprare strumenti nuovi
La domanda sorge spontanea, e Beppe la anticipa con una risata: «Mi hanno sempre chiesto perché non mi prendo roba nuova, brillante, con dentro pure il chip per il registro. Perché no, appunto.»
Il blues, secondo lui, porta dentro l'usura per definizione. Un instrumento impeccabile suona impeccabile, e lo sfondo impeccabile al blues ci sta come una forchetta in un piatto di gumbo. «Le mie chitarre hanno visto locali fumati prima che fosse vietato, feste di paese sotto la pioggia, sale parrocchiali con l'eco strana. Quando le accendo, un pezzetto di tutto quello esce dall'ampli.»
La manutenzione come atto d'amore
Marco ha il suo rituale: corde cambiate spesso ma non troppo, umidità controllata come in una cantina di vino buono, ritocchi alla vernice solo dove servirebbe a fermare il degrado, mai a nasconderlo. «Il mio mestiere è allungare la vita, non fermare il tempo» dice.
E Beppe aggiunge la sua morale da musicista di strada: «Una chitarra curata ti ripaga. Non suona meglio perché costa, suona meglio perché l'hai accompagnata. Come un sodalizio di quartiere: ci metti anni, e poi ti riconosci al primo accordo.»
Alla fine del pomeriggio, le chitarre tornano nelle loro posizioni, ognuna con la sua storia appesa alle spalle. Fuori è sera, e domani c'è un'altra data, un altro palco, altri duecento chilometri. Le chitarre sono pronte. Anche un po' stanche, come il padrone. Ma pronte.