Cinquant'anni di corde e sudore: il blues di Beppe Platania prima e dopo tutto
Photo: Rod Waddington from Kergunyah, Australia, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
C'è una frase che Beppe Platania ripete spesso in camerino, prima di scendere in scena: «Il blues non si spiega, si suona». Cinquant'anni di palchi sembrano dargli ragione. Dai primi concerti nei club del nord Italia fino ai festival internazionali, la sua carriera è un pezzo di storia del blues italiano che merita di essere raccontata a modo suo, senza retorica ma con il rispetto dovuto a chi ha resistito quando il blues da queste parti non era ancora di moda.
Le origini: garage, juke joint e pizzerie
Gli anni Settanta sono il punto di partenza. Beppe cresce musicalmente in un'Italia che ascolta i primi dischi importati di Muddy Waters e John Lee Hooker, quei vinili che arrivavano a fatica nei negozi di dischi usati di Milano. I primi concerti li fa in locali dove il palco era un tavolino spostato e il pubblico si contava in decine. Ma era lì che il blues diventava vero: il sudore, le luci basse, le chitarre che non tenevano mai l'accordatura fino al finale.
In quegli anni il suo suono è grezzo, elettrico, debitore del Chicago blues ma già con un'insolita attenzione alle radici acustiche. Un dettaglio che i vecchi fan ricordano bene: la chitarra resonator che spuntava a metà set, quando il locale si accendeva di luci e il pubblico capiva che il meglio doveva ancora venire.
Il giro di boa: dalle radici al palco internazionale
Il vero salto arriva quando Beppe decide di spingere il blues italiano oltre i confini nazionali. I primi festival europei, le tournée, le collaborazioni con musicisti americani in trasferta in Italia. Aneddoti ce ne sono a bizzeffe: come quella volta in cui un bluesman della Louisiana, dopo il concerto, gli chiese chi gli aveva insegnato a suonare «così, con quell'accento strano». Risposta di Beppe: «L'accento è lombardo, amico».
È in questo periodo che il suo modo di intendere il blues si precisa: non imitazione filologica, ma traduzione. Portare il blues in italiano, nelle sue cadenze, nei suoi racconti, senza tradirne lo spirito. Un percorso che in Italia hanno seguito in pochi, e che oggi appare quanto mai lungimirante.
Il suono che cambia (e quello che non cambia)
Ascoltando i suoi dischi in ordine cronologico si nota un'evoluzione costante: dagli arrangiamenti essenziali dei primi lavori a produzioni più mature, dove la chitarra acustica dialoga con fisarmonica, contrabbasso e percussioni che richiamano tanto il Delta quanto le tradizioni popolari italiane. Ma il cuore rimane lo stesso: il groove, la voce roca, quella capacità di raccontare storie che sembrano vissute davvero.
«Ho cambiato corde, ampli, persino scarpe — scherza Beppe — ma il battito l'ho lasciato dove stava». Ed è vero: i fan di lungo corso riconoscono il suo fraseggiare dopo due battute, come si riconosce un amico dalla voce al telefono.
Cinquant'anni dopo: il valore del live
Se c'è una cosa che questa carriera insegna, è che il blues italiano esiste e sta vivo nei club, nelle piazze, nei festival d'estate. Beppe Platania continua a tenere un calendario di concerti fitto, dal piccolo club al teatro, con la stessa energia del debutto. Cinquant'anni sul palco non sono un traguardo da celebrare in un museo: sono una promessa rinnovata ogni sera, quando il primo accordo parte e la stanza smette di guardare il telefono.
Per chi vuole scoprirlo dal vivo, il consiglio è semplice: andate ai concerti, comprate un disco, chiedete la dedica. Il blues, come sempre, funziona meglio a stretto contatto.