L'amplificatore è morto alle nove e quartta: cronaca di un soundcheck salvato alle tre di notte
Photo: Frank Kovalchek from Anchorage, Alaska, USA, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento preciso, in ogni tournée, in cui capisci se sei un musicista o solo uno che porta lo strumento al posto giusto. È il momento in cui l'amplificatore — quello buono, quello a valvole che hai caricato a fatica nel bagagliaio — fa un rumore strano, un fruscio di radio pirate, e poi tace. Per sempre. Alle nove e quartta di un martedì sera, con trenta persone che aspettano fuori e il proprietario del locale che ti guarda come se tu gli avessi bruciato il tendone del circo.
L'ora in cui i telefoni si scaldano
La prima reazione è sempre la stessa: apri lo chassis, guardi dentro come se capissi qualcosa, soffietti sulle valvole per conto del vecchio nonno riparatore di televisioni. A volte funziona. La maggior parte delle volte no. E lì comincia la telefonata, quella delle undici di sera, a un amico che conosce un amico che ha un Fender negli angusti di una sala prove a quaranta chilometri.
Me l'hanno raccontata una volta così, una di queste notti. Il chitarrista in questione era salito su un'auto alle una di notte, era andato a prendere un amplificatore in prestito da un collega che dormiva (ma ha aperto comunque, perché «era il suo bassista nel 1998, non si poteva dire di no»), ed è tornato in tempo per il soundcheck delle tre. Il concerto è partito in ritardo di un'ora e mezza. Nessuno dei presenti se ne è ricordato. Quelli che c'erano raccontano ancora quella serata come una delle migliori di sempre.
La decisione dell'owner
C'è poi l'altro protagonista di queste storie: chi tiene le chiavi del locale. Nel live italiano, più che in molti altri posti, la figura del proprietario di bar o circolo che organizza concerti è una specie di santo laico. Perde soldi, tiene aperto fino alle tre, dà da mangiare alla band. E quando l'amplificatore muore, è lui che deve decidere: si salta o si va avanti?
Ne ho visti di tutti i tipi. Quello che ha annullato tutto con un gesto secco, e magari aveva ragione. Ma anche quello — e sono gli altri quelli che si ricordano — che è uscito dal magazzino con un vecchio pezzo di ricambio anni Settanta, polveroso, con l'imbrattatura di un'etichetta di un negozio di strumenti chiuso da vent'anni. Ha funzionato male per due ore. Ha suonato magnificamente per due ore.
Consigli da chi ci è cascato
Se mai vi capiterà — e capita, capita più di quanto i cartelloni ammettano — qualche regola di sopravvivenza:
- Portate sempre le valvole di scorta. Sono piccole, costano poco, e la pre-valvola guasta è il guasto più comune e più insidioso.
- Conoscete un tecnico che risponde al telefono. Non di giorno. Di notte. Quelli che rispondono di notte sono oro.
- Il circuito è la vostra assicurazione. Un amplificatore in prestito da un altro musicista vale più di una polizza: ma funziona solo se anche voi avete prestato qualcosa, una volta.
- Se proprio tocca suonare puliti, direttamente nel mixer, rilassatevi. Il pubblico se ne frega meno di quanto temiate. Il blues è nato con meno di quello che avete in scena stasera.
L'adattamento come forma d'arte
Alla fine, queste disavventure raccontano una cosa semplice: il blues in Italia vive di improvvisazione anche fuori dal palco. I grandi dischi del Delta si sono fatti con quello che c'era — una tavola, un secchio, una corda di fil di ferro. Noi ci facciamo andare avanti con un amplificatore prestato alle tre di notte e un panino freddo nel frigo del locale.
Non è romantico, è mestiere. Ma ogni tanto, quando la sera finisce bene nonostante tutto, sembra proprio romanticismo. E forse è quello il suono che il pubblico sente, sotto le note: gente che ha risolto, insieme, un problema alle due di notte.