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Trentamila chilometri e un portabicchieri rotto: cronaca di un anno in furgone

Beppe Platania
Trentamila chilometri e un portabicchieri rotto: cronaca di un anno in furgone

C'è un momento, verso le tre del mattino, in cui la furgonetta diventa un confessore. Guidi, la radio frigge, il bassista russa sul sedile reclinato e tu ripensi alla serata: la signora che ti ha chiesto se quel pezzo era di Zucchero, il proprietario del locale che ha pagato in parte contanti e parte "alla prossima data". Il cruscotto non giudica. Ti ascolta e basta.

L'anno scorso ho fatto i conti, come si fa a gennaio con le bollette: trentamila chilometri e passa. Non è il giro del mondo, ma per una band blues italiana è un piccolo oceano di autostrade A1, tangenziali dimenticate e strade provinciali dove il navigatore ti dice "hai raggiunto la destinazione" davanti a un capannone chiuso.

L'autogrill come dimora abituale

Parliamo poco dei pernottamenti, perché c'è una certa vergogna, e invece andiamo chiariti: chi fa tre date in un weekend, una in Lombardia e una in Emilia con la partenza dal Veneto, a volte dorme in autogrill. Non è romantico. L'aria condizionata ti ghiaccia le ginocchia, le luci restano accese e alle sei arriva il camionista che scarica pallets di latte con una gentilezza che manco in hotel.

Eppure qualche storia nasce proprio lì. Una volta, presso l'uscita di Modena Nord, un tizio in tuta da lavoro mi ha visto scaricare la chitarra e mi ha chiesto: "Suonate stasera? Dove?". È venuto. Si è seduto al primo tavolo, ha ascoltato tutto il primo set e alla fine mi ha stretto la mano dicendo che suo padre suonava l'armonica nelle osterie negli anni Sessanta. Non l'ho più rivisto. Ma quella serata suonava per lui, e lo sapevo.

I treni persi sono una metafora (ma anche una realtà)

Il pubblico immagina il musicista blues come un viaggiatore che salta sul primo treno merci verso il Mississippi. La verità nazionale è meno poetica: treni persi a Bologna Centrale, il Regionale che parte dal binario ventidue mentre stai facendo colazione al bar del binario ventuno, il tassista che a Taranto sa solo che il locale è "vicino a un monumento".

Ho imparato tre regole. Primo: mai accettare una data se tra le due città ci sono meno di cinque ore di strada, anche se l'ingaggio sembra buono. Secondo: il panino del rientro va comprato prima del concerto, perché alle una di notte in provincia di Piacenza tutto è chiuso, perfino le distributrici automatiche. Terzo: il compagno di viaggio che sa stare zitto vale più di un secondo chitarrista.

Coda al caricamento, amicizie per la vita

La cosa che nessuno racconta del giro italiano è il rito del caricamento. Arrivi, apri il portellone, e lì nascono i rapporti veri. Il proprietario del locale che ti aiuta a tirare giù il cabinet e ti racconta che una volta ha visto un concerto di Fabi a Firenze. Il giovane batterista del gruppo di apertura che chiede se può vedere il tuo pedale di riverbero. La barista che ti porta due caffè "perché so come va a finire".

In una coda del genere, due anni fa a Bergamo, ho conosciuto quello che oggi è il nostro suonatore di lap steel. Non era lì per suonare: era lì perché suo cugino gestiva il parcheggio. Ha sentito due prove di linea, ha fatto una battuta sul mio cappello e da lì è nato tutto. La strada non ti porta solo ai concerti. Ti porta alle persone, con una logica che non ha senso scrivere ma funziona sempre.

La solitudine ha una velocità crociera

C'è un'ora precisa, di solito tra Piacenza e Parma, in cui il furgone tace e la solitudine si mette al posto di guida. Non è malinconia da canzone country. È il momento in cui ripensi a tua figlia che non hai visto per due settimane, alla bolletta della luce, a quella nota del solo che la scorsa serata non è uscita come volevi.

Il blues, se ci hai passato la vita, lo capisci alla fine: è fatto apposta per chi viaggia. Le dodici battute sono la lunghezza esatta di un pensiero mentre passi un casello. Il giro che si ripete è il chilometraggio. E il ritornello, quello che il pubblico canta con te, è la telefonata a casa che fai alla sosta successiva.

Perché si continua

Qualcuno mi chiede, con sincerità genuina, perché non mi fermi. Il furgone ha duecentomila chilometri, il portabicchieri è rotto da marzo, la frizione fa un rumore che il meccanico di Rovigo ha definito "interessante".

La risposta sta in un dettaglio di quest'anno. A fine estate, in una piazzola di provincia che non citerò per imbarazzo, un ragazzino di quindici anni con le cuffie al collo si è fermato ad ascoltare il soundcheck. Alla fine è venuto verso di me e ha chiesto: "Ma il blues si può imparare a sedici anni, o è tardi?". Ho riso. Gli ho detto che io ho cominciato a un'età che ora mi fa paura dirgli. Se n'è andato con un sorriso, e io sono rimasto lì, davanti al portellone aperto, a pensare che quei trentamila chilometri li rifarei tutti, portabicchiersi rotto compreso.

Il furgone, a quanto pare, non è una seconda casa. È la prima. La casa vera è quella dove torni quando smetti di viaggiare, e per fortuna, ancora, non ne ho intenzione.

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